Veneziano

La canapa ritrovata

«Sono convinta dell’importanza della filiera della canapa per un rilancio dell’economia. Coerentemente con una visione ambientalista e sostenibile mi batto per cambiare il modo di pensare non delle persone, dei cittadini, ma di quel ceto politico che spesso ha paura e ha meno lungimiranza del suo elettorato». Così Elena La Rocca capolista per M5S a Venezia.

La storia

Innanzitutto a canapa non è una scoperta di oggi, ma una riscoperta, la canapa è stata ritrovata. L’Italia agli inizi del secolo scorso era il secondo produttore mondiale, dopo la Russia, di una pianta che cresceva rigogliosa nella Pianura Padana. Come in tutto lo stivale arrivando fino a 100.000 ettari di coltivazione. La cannabis sativa è una pianta forte, che cresce ovunque e non ha bisogno di particolari cure.

I nostri bisnonni e antenati, che non avevano a disposizione le conoscenze e le tecnologie di cui disponiamo oggi, la utilizzavano per confezionare tessuti. Nonché sacchi e tutte le corde fabbricate nei mille anni della storia marinara di Venezia. Ma anche come mangime per gli animali, come olio combustibile per l’illuminazione e nell’edilizia fino all’arrivo, negli anni trenta del ‘900 del  proibizionismo. Anche se la produzione di canapa non fu mai proibita. La doppia lettura della legge determinò comunque la persecuzione del possesso da parte delle forze dell’ordine. Una demonizzazione indiscriminata che piegò il mercato che fino a poco tempo prima aveva prosperato intorno a questa industria.

Perché punto sulla canapa

«L’intenzione mia e del Movimento 5 stelle è quella di far diventare il Veneto, una delle regioni più inquinate e deturpate d’Europa, una regione all’avanguardia per il recupero del territorio. Anche e soprattutto con l’incentivo alla coltivazione della canapa. Dobbiamo favorire la rotazione delle coltivazioni. Anche con i contributi Europei. E sostituire con la coltivazione della canapa quelle culture oramai poco remunerative che in molti casi hanno portato all’abbandono dei fondi.
La canapa non ha bisogno di diserbanti e pesticidi. Al contrario ha il pregio di bonificare i terreni in quanto assorbe le sostanze inquinanti. Potrebbe essere davvero la carta vincente se guardiamo alle centinaia di ettari che si estendono attorno al distretto chimico di Marghera. Dove per più di mezzo secolo è stato riversato un campionario di scorie chimiche tossiche e cancerogene. Che ha pochi pari in Europa e nel mondo».

Canapa e bonifica

La canapa non depaupera il terreno come altre colture. Ma consente la rotazione di culture a mais e a foraggio in quanto lascia nel terreno molte parti organiche per cui il terreno si auto concima. E’ una pianta olistica di cui si sfruttano tutte le parti: non si butta via nulla.
La canapa serve l’industria tessile, l’industria cartaria, l’industria per la produzione di materiali per l’edilizia, (in questo caso bio-edilizia). L’industria agroalimentare, quella per la produzione di prodotti per l’igiene personale, prodotti anche per la salute. E inoltre con questa si possono produrre vernici, inchiostri, oli combustibili ecc.

Cosa si ottiene dalla canapa

Dalla sua lavorazione e trasformazione si ricavano mobili, oggetti perfettamente identici a quelli in plastica, imballaggi, reti da pesca, tutti manufatti biodegradabili ed ecocompatibili. Con il suo utilizzo si contribuisce al disinquinamento dei terreni, dei corsi d’acqua e del mare.

M5S

Il Movimento 5 stelle è concorde nell’affermare che la legge regionale n. 36 dell’8 agosto 2019 sia da migliorare attraverso una visione più coraggiosa. Implementandola con regole più lungimiranti al fine di promuovere la coltivazione della canapa industriale (Canapa Sativa L). Istituendo una vera e propria filiera agro-industriale veneta prevedendo a costruzione, in quanto indispensabile, anche di un centro di raccolta, lavorazione e trasformazione del prodotto.

Il mio parere

«A tale scopo vanno investiti più fondi al fine di favorire la coltivazione della canapa. E la nascita di piccole e medie imprese che operino nella trasformazione e lavorazione dei derivati della pianta. E’ una battaglia la mia, la nostra, innanzitutto culturale. La domanda da porsi è non “se” ma “quando” la vinceremo, perché il futuro sarà inevitabilmente questo».

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