Veneto

Vicentini magnagati?

A  descrivere nel 1535 il capoluogo berico come “Vicetia plena gatellis” fu già Teofilo Folengo, benedettino, vissuto principalmente in un monastero bresciano: si vede che la fama dei gatti a Vicenza era arrivata fin lì. Ma il senso era probabilmente quello di rendere omaggio alla furbizia (contadina) dei vicentini.

Il nome “gato” ricorre spesso nella parlata comune di questo territorio, basti pensare, ad esempio, a “far le gatele” o “gate gate” per indicare il solletico, oppure camminare “a gatoni”. Ad alimentare la fama contribuisce il detto, risalente a prima del 1500, “Veneziani gran signori, Padovani gran dotori, Vicentini magnagati, Veronesi tuti mati”.

Ai vicentini davvero non resta che rassegnarsi: la nomea ha più di 500 anni di storia ed è diffusa non solo in Italia ma anche in Europa, per ora… (voci riportano citazioni in tal senso anche nel Mar Rosso….la potenza del web..?!.).

Ma da dove o da cosa deriva questo appellativo “magnagati”?

Le ipotesi sono varie, dalla fonte storica all’associazione fonetica, dall’origine culinaria alla pura leggenda.

Vediamo le più accreditate.

1509: Padova venne attaccata dalle truppe della Lega di Cambrai (istituita contro la Serenissima Repubblica). Tra gli aggressori c’erano anche soldati berici. I Padovani, in segno di scherno e di sfida, mostrarono loro, dall’alto delle mura, una gatta appesa ad una lancia. L’invito era di andarla a prendere, nel senso di possederla. Il “gatto” era una macchina bellica da assedio usata nel Medioevo.

1698: Vicenza fu invasa dai topi, insediatisi particolarmente tra le carte dell’archivio notarile del Monte di Pietà in pieno centro, e conseguente fu la pestilenza epidemica.  Per debellarla i Vicentini mandarono per via fluviale (fiume Bacchiglione) delle imbarcazioni a Venezia chiedendo di renderle con a bordo una buona flotta di gatti agguerriti. La richiesta dei “rinforzi”, rastrellati tra calli e campielli, da parte delle autorità cittadine fu talmente copiosa che il doge, irritato per la faccenda, chiese “Ma cossa ghe fèo co’ ‘sti gati, li magnèo?” (ossia “Cosa ve ne fate di questi gatti, li mangiate?”). Infatti, a “battaglia” conclusa, i mici inspiegabilmente non rividero mai più le famiglie veneziane e sparirono nel nulla. Questa è senz’altro l’ipotesi più credibile sull’origine dell’attributo.

Altra ipotesi sulla provenienza del termine “magnagati” è la teoria di un’origine fonetica. Nelle parlate locali venete per dire “hai mangiato” in dialetto veneziano diventa “ti gà magnà”, in padovano “gheto magnà” mentre nel dialetto storico vicentino “gatu magnà”. Da questa locuzione al soprannome “magnagatu” o “magnagato” il passo è breve. Probabilmente il termine veniva usato in senso dispregiativo dai rivali veneti nei confronti dei vicentini.

Infine l’antica famiglia vicentina dei Barbarano già dal 1200 erano detti “Gati” o “Goti” forse in memoria dell’origine barbarica della stirpe.

Il mistero in definitiva non è risolto, anzi.

Nella tradizione locale l’identità Vicenza-gatto si è manifestata, specialmente negli ultimi cinquant’anni, in un’infinità di espressioni: il gatto diventa simbolo dello sport (Gatton Gattoni del calcio); è ben vivo nella musica (L’Anonima Magnagati); è la rampante insegna di un bar; è un dolce; diventa il titolo di una rivista e di parecchi libri; è la bandiera di associazioni e gruppi di ogni genere, oppure trasforma il “Gioco dell’oca” nel “Gioco del gato”.

Insomma, questo simpatico micio rispecchia ed attraversa la vita di Vicenza, la racconta, la vive e…resta vivo. Pronto a scattare per cogliere la migliore opportunità, attento e sornione, sempre silenzioso e felpato.

“Ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all’uomo: attraversare la vita senza fare rumore”. (Ernest Hemingway).

Francesca Bevilacqua

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