Veneto

Zaia e la maxi zona arancione

L’Italia tutta in zona arancione per tre settimane, come voleva il Cts? Mai e poi mai. Luca Zaia boccia la proposta e ripete la sua strategia al vertice con il governo, che segna il debutto del ministro Maria Stella Gelmini. «Ci vuole una base scientifica unica con dei criteri automatici che mettano al primo posto non l’ Rt e il tasso di contagio ma l’occupazione dei reparti e delle terapie intensive». Insomma, per il Veneto in primis va misurata l’efficienza della struttura ospedaliera e poi si possono programmare dei nuovi lockdown. Il supporto scientifico dev’essere autorevole, omogeneo e costante nel tempo. «Si parla di varianti del Covid ma gli scienziati non hanno formulato nessuna proposta. Ogni soluzione per il nuovo Dpcm che scade il 5 marzo dovrà essere concordato con noi presidenti». Prima di partecipare alla conferenza Stato-Regioni, il governatore del Veneto è stato intervistato. Tema: le trattative sul mercato secondario per i 27 milioni di vaccini Pfizer svaniti come una bolla di sapone e poi il ruolo dell’Europa, che ha fallito nel suo intento di garantire l’autosufficienza con i contratti firmati con Pfizer, Moderna e AstraZeneca.

Le 20 proposte

Quante offerte ha ricevuto il Veneto dai broker? «Noi non abbiamo cercato nessuno, sono stati loro a suonare al nostro campanello» risponde Zaia. «Tirate le somme sono almeno una ventina le offerte arrivate: tutti questi documenti sono stati consegnati ai Nas dal segretario generale della Sanità Luciano Flor, che ha offerto totale collaborazione al procuratore di Perugia Raffaele Cantone. Debbo dire che in pista non è rimasto più nessuno, i contatti si sono azzerati. Ma è assurdo il polverone sollevato contro di noi perché ci siamo comportati correttamente. Il 3 febbraio abbiamo scritto all’Aifa con richiesta di autorizzazione, Aifa ci ha dirottato al commissario Arcuri che ci ha detto di chiedere il numero dei lotti. Il 12 febbraio su mia richiesta il segretario della sanità ha segnalato la nostra attività ai Nas di Treviso». Il caos si sarebbe potuto evitare se i tre colossi autorizzati avessero messo per iscritto che i vaccini anti-Covid li trattano solo con l’Unione Europea e i governi. E quindi non esistono altri lotti consegnati a intermediari privati da collocare sul mercato. Zaia è invece convinto che margini di manovra esistano per davvero, dato che ci sono paesi extra Unione Europea che corrono molto più veloci nella profilassi anti-Coronavirus.

Il caso Israele

«Israele ha comprato 20 milioni di dosi, ha vaccinato tutta la popolazione e svuotato gli ospedali. La Gran Bretagna ha vaccinato 15 milioni di inglesi con AstraZeneca». Tramonta quindi per sempre la mirabile impresa del Veneto, convinto di poter acquistare 27 milioni di fiale Pfizer-Biontech, ovviamente tramite il commissario Arcuri? Zaia ammette che siamo a fine corsa ma se la prende con l’Unione europea e fa balenare l’idea della richiesta di dimissioni della presidente Ursula von der Leyen. Zaia fiuta la trappola: lui è sempre stato filo-Ue, il sovranista antieuro si chiama Matteo Salvini che ha fatto una capriola di 360 gradi. Per rialzare la testa sullo scenario nazionale, il governatore del Veneto si mette sulla scia di Giorgetti e si affida allo “standing” internazionale di Mario Draghi «per consentire all’Italia d i recuperare il terreno perduto nella corsa ai vaccini». Poi ricorda, sempre in omaggio alla modestia, di essere stato il primo in Italia a proporre il passaporto vaccinale: «Mi avevano preso per matto, ora tutti dicono che ci vuole un documenti che attesti la vaccinazione come unico lasciapassare».

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