Veneto

Zaia e l’anno orribile

«Non dimenticherò mai quest’anno. È un anno nel quale siamo stati privati della nostra libertà, è un anno che non abbiamo vissuto da persone libere. È un anno che, per molti di noi, quasi tutti noi, si è tradotto in un incubo. È un anno che, se qualcuno ce lo avesse prospettato un anno fa, avremmo detto “Rinchiudilo, che questo c’ha qualcosa che non funziona”». Cambia il tono della voce del governatore quando, durante il quasi quotidiano punto-stampa sulla pandemia gli viene chiesto di raccontare l’anno che ha vissuto. Dodici mesi – i primi, soprattutto – che hanno visto salire alla ribalta nazionale il piccolo paese di Vo’: 3.200 anime, poco più. Il paese di Adriano Trevisan, spirato venerdì 21 febbraio 2020 all’ospedale di Schiavonia, prima vittima del Covid in Italia.

Vo’ primo comune colpito

«Mai avremmo pensato di vedere un comune che si chiama Vo’ perimetrato con un’ordinanza del presidente di regione, con i militari che controllavano i varchi» prosegue Zaia «Mai avremmo pensato di fare 7 milioni di tamponi. Mai avremmo pensato di avere 3.400 ricoverati in ospedale che vivono la difficoltà di chi non riesce a spirare, di chi sta affogando. Mai avremmo pensato di dover programmare più del raddoppio delle terapia intensive, in una regione che storicamente ha sempre avuto quelle. Mai avremmo pensato di mettere così alla prova il nostro modello sanitario».

Un pensiero al futuro

Lo sguardo è rivolto al futuro: «C’è stata una stagione nella quale l’ospedale è stato vissuto come un grande centro di “happening” commerciale, con la parrucchiera, il bar, la libreria… Ed è una bella idea, ma adesso abbiamo capito che negli ospedali devono entrare solo i malati e oggi non realizzeremmo più una struttura con tutte queste “variazioni” sul tema. Probabilmente torneremo alla corrente architettonica, definita del “brutalismo”, per la quale l’ospedale sarà un parallelepipedo molto efficiente e performante dal punto di vista delle cure. Magari durerà meno, perché gli ospedali si riempiono di batteri, di patogeni. E fino a che punto possiamo pensare che si possa trascinare la vita di una struttura popolata di virus e batteri? E quindi verranno demoliti e ricostruiti». «Mai avremmo pensato di vivere un evento storico che ha una frequenza inferiore a una grande guerra mondiale. Mai avremmo pensato di passare le nostre giornate a parlare di morti, di terapie intensive e di ricoverati. Mai avremmo pensato di girare con la mascherina. Vi ricordate, all’inizio, quando parlare di mascherina era quasi un tabù?».

I vaccini

Il governatore conclude, tirando le somme di quest’anno e mettendo sul tavolo quanto ha imparato, in questi 365 giorni di emergenza, vissuti sempre in prima linea. «Questo è stato un anno duro per tutti noi cittadini. Sentiamo forte la responsabilità della cura dei veneti. I cittadini si sentono la responsabilità di poter portare a casa la pagnotta alle proprie famiglie. Gli imprenditori si sentono la responsabilità di poter pagare lo stipendio ai propri lavoratori. Tra tanto dolore c’è un aspetto positivo in questa esperienza: abbiamo riscoperto una comunità. Il “popolo veneto” è venuto fuori tutto in questa vicenda e tanti risultati non li avremmo raggiunti se non ci fossero stati i veneti, coalizzati contro questo virus. Ora però ne dobbiamo venire fuori velocemente e per venirne fuori bisogna vaccinare».

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