Veneto

Zaia punta all’autonomia e non alle poltrone

Quatto quatto, alternando il lealismo pubblico a Matteo in felpa al sodalizio a quattr’occhi con Giancarlo Giorgetti, il governatore del Veneto prova a suggerire un’agenda leghista nelle consultazioni avviate dal premier incaricato, Mario Draghi: «Se ho parlato con Salvini? Sì, più volte, di certo non andremo a chiedere poltrone, se fossi al tavolo porrei anzitutto la richiesta dell’autonomia, una riforma costituzionale nel segno della modernità e del progresso perché il centralismo è medioevo mentre la delega di poteri al territorio è rinascimento e il Paese non può uscire da questa situazione stagnante se non prevede le revisione del modello. Ciò detto, immagino che il nostro segretario solleciterà lumi su ripresa economica, tassazione, sanità e vaccini. Chiunque va a governare sa che non è una passeggiata, al di là del clima di euforia che accompagna le novità, noi amministratori siamo chiamati ad assumere decisioni non facili, perciò serve un compagno di viaggio affidabile».

Gli industriali

Messaggi cifrati, ma neanche troppo, che alludono a una linea pragmatica, incline a rifiutare pregiudiziali, che condiziona l’atteggiamento parlamentare (virtualmente decisivo a fronte dell’incertezza in campo 5 Stelle) all’accoglimento di alcune priorità. «Valutiamo il sostegno a Draghi in maniera responsabile, discutendo seriamente di impegni programmatici», il messaggio di Zaia alla segreteria politica del partito, che nel pomeriggio ha visto il confronto tra Salvini e i vice, dal citato Giorgetti al veronese Lorenzo Fontana. Uno sguardo al popolo leghista – diffidente verso i governi tecnici dopo la stagione di Mario Monti, bestia nera del Carroccio – l’altro alle ragioni delle imprese, con Confindustria lesta a sollecitare misure immediate di rilancio a fronte di un calo del Pil doppio rispetto alla Germania: «Sottoscrivo l’appello, per scongiurare il tracollo dell’economia e dell’occupazione serve una cura da cavallo, scontiamo le fragilità di partenza aggravate dall’emergenza della pandemia». Nel frattempo Borsa e spread salutano con favore la scelta di Draghi, è davvero l’uomo giusto per condurre il Paese sulla via della ripartenza? Da Bruxelles, l’eurodeputato Toni Da Re, giura di sì.

Ok a Draghi ma con dei ma

«Ha capacità e lungimiranza riconosciute, è l’unico che può fare sintesi tra le forze politiche, in ballo ci sono i 209 miliardi stanziati con Next Generation e probabilmente si ricorrerà anche al Mes, un budget colossale che non può essere gestito da questo o quel partito», afferma l’ex segretario leghista «ci deve essere una condivisione generale, a destra e a sinistra, perché in larga parte si tratta di un debito che impegnerà le prossime generazioni». «Di certo il professor Draghi possiede uno standing internazionale all’altezza», concorda Zaia. Che rifiuta però il ruolo di colomba contrapposta ai falchi padani: «Mi fa specie quando, sulla carta, si creano correnti basate su qualità caratteriali. Non condivido il giochetto di chi divide i leghisti tra moderati e fondamentalisti, penso che ci sia comunque un ombrello sotto il quale ci ritroviamo, che è il federalismo, l’autonomia, la volontà di difendere il popolo perché il nostro è un partito a vocazione labour. Salvini? Giorgetti? Io dialogo con tutti e avverto un forte senso di responsabilità. Non aggiungo altro perché c’è una ritualità che va rispettata, il confronto del premier incaricato non è uno spritz con l’oliva dove si chiacchiera e tanti saluti. Il momento è grave e richiede sobrietà».

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